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Ex sindaco di Figline si toglie qualche sassolino da “Le scarpe gialle”

Cominciamo dalla fine: il 30 settembre del 1978. Era lo stesso anno in cui fu rapito Aldo Moro, il leader democristiano che propugnava un accordo con il Partito Comunista Italiano che aveva raggiunto l’apice del consenso elettorale. Sei mesi dopo il rapimento di Moro, a Figline, il Pci viveva un altro piccolo trauma, tutto interno al partito: Sergio Staderini, il sindaco comunista che da otto anni e rotti guidava il Comune figlinese, lasciava il suo incarico con un anno e mezzo di anticipo sulla scadenza naturale della consiliatura. Venticinque giorni dopo gli sarebbe succeduta Franca Della Nave, prima “sindaca” del comune valdarnese, che resterà in carica fino a luglio del 1980.

Così, nell’ultimo giorno di settembre del Settantotto, festa di San Girolamo (monaco e dottore della Chiesa), nell’altra “chiesa” – quella rossa del Partito comunista, come si diceva allora – si consumava ‘sottotraccia’ un piccolo dramma politico destinato a lasciare un segno nella storia locale. In quell’ultimo sabato settembrino, con le dimissioni di Staderini andava verso il tramonto un’epoca nata nel secondo dopoguerra: quella del Pci figlinese guidato da uomini venuti su dal popolo, formati all’interno del partito locale o nel sindacato. Tutte persone che avevano frequentato più le fumose stanze delle sezioni che le aule universitarie. In tasca non avevano una laurea, semmai in tasca ci tenevano una rivoltella, per paura di quel “golpe” che in un paio di occasioni in Italia fu sul punto di concretizzarsi. Gente che qualche volta riceveva esplicite minacce di morte o lettere minatorie, come racconta lo stesso Staderini nel libro di cui citeremo qualche passo. Insomma, erano compagni – per usare la definizione di allora – che badavano al concreto, che forse usavano modi spicci e poco inclini al compromesso. “Quando, dopo una adeguata riflessione negli organismi collegiali interni del Partito e nel Consiglio Comunale, e ritieni essere nel giusto, decidi a costo di prenderti l’accusa di giacobinismo”. Ciò era il ‘modus operandi’ che l’ex sindaco rivendica con convinzione nel suo libro.  Di certo quella classe dirigente verace e popolare, che era marchio caratteristico delle giunte Staderini (e qui il pensiero corre subito al compianto Mauro Lapi, assessore in quella Giunta), in pochi anni aveva realizzato un vero patrimonio di opere pubbliche come ad esempio il metanodotto, l’acquisizione del vecchio Teatro Garibaldi, le condutture fognarie principali per il depuratore, la prima Residenza Sanitaria Assistita della Provincia di Firenze, la prima Farmacia Comunale, e soprattutto un asilo nido e cinque scuole nuove di pacca, due elementari, due scuole materne, la scuola media di Matassino tutte dotate di servizi quali cucine e mense interne e amplissimi spazi esterni.  “Spendemmo, per i due edifici scolastici elementari gemelli, uno attrezzato perfino di piscina, 450 milioni di Lire, cioè 230.000 Euro di oggi” scrive Staderini nel suo libro di memorie. “Fummo fortunati” ammette oggi l’ex sindaco citando Machiavelli, che nel suo Principe attribuisce alla fortuna solo una quota del cinquanta per cento. Come a sottolineare, elegantemente, che per spiegare l’altra metà del successo amministrativo di allora occorre riconoscere anche un certo merito a chi dirigeva. Ma tutto passa, Sic transit gloria mundi, verrebbe da dire per rimanere nel campo delle citazioni classiche. Certamente dopo l’addio di Staderini, a Figline prese forma un altro Pci, guidato o ispirato soprattutto dagli ex del movimento studentesco. “Gente che con il microfono in mano, ‘cantavano la messa’ meglio di noi” rammenta con voluta ironia lo stesso Staderini, il quale oggi più che mai considera quel mutare di pelle e di sostanza come la vera causa dell’inizio della fine del Pci.

Quella mutazione “genetica” che aveva interessato il vertice del partito comunista figlinese forse c’entrava qualcosa con le dimissioni anticipate di Staderini? Allora si disse che il Sindaco aveva mollato a causa di qualche diverbio con dei dipendenti comunali. Si disse anche che “Sergio” pagava il prezzo per il suo carattere ispido. “In effetti ero diventato irascibile, rendevo difficile la vita in famiglia perché per un nonnulla, vi scaricavo le tensioni nervose accumulate durante l’attività amministrativa – ammette Staderini – Anzi, non ne sono sicuro, ma ebbi la sensazione che mio padre fosse andato in Sezione a esprimere le sue preoccupazioni”. Ma di sicuro nella decisione di Staderini pesò anche il mutare del vento all’interno del Partito figlinese. Non a caso l’ex Sindaco, ricordando oggi quelle sue dimissioni del lontano 1978, cita un “Caifa fiorentino” che agì a nome “di un sinedrio che non ebbi piacere di incontrare”. Fin troppo facile, per chi visse quelle lontane vicende, attribuire il riferimento evangelico a chi allora era stato spedito dalla federazione fiorentina a fare il segretario di zona in Valdarno.

Quindi le dimissioni di Staderini furono provocate o indotte dall’inviato fiorentino? “Di sicuro il Caifa qui trovò la strada in discesa” risponde Staderini, mostrando un sorrisetto significativo. Come sottintendere che qualcuno a Figline aveva già preparato adeguatamente il terreno per la successione.

Sta di fatto che dopo gli anni “del fare” come avrebbe detto qualche decennio dopo l’uomo di Arcore, arrivarono gli anni del “disfare”. Così dopo un po’ vennero abbandonate le gestioni pubbliche dei servizi scolastici, trasporti e mense, e del metano e della farmacia, che avevano portato tanti soldi nelle casse del Comune di Figline “Conseguivamo profitti annui per circa 500 milioni di lire” annota l’ex sindaco nel volume da poco pubblicato. “Negli anni Novanta – ricorda ancora Staderini – nel corso della ubriacatura liberista, che riteneva da rifiutare in toto la gestione pubblica dei servizi, mentre, al contrario, il privato era “bello, giusto e conveniente”, le due attività, farmacie e metano, furono vendute (secondo alcuni “bacchettate”) per incassare un po’ di soldi che, una volta finiti, hanno lasciato il Comune più povero di prima. Sulla politica adottata circa le tariffe applicate, prima e dopo la privatizzazione, sarebbe interessante compiere uno studio di comparazione. Quello che addolora è il ricordo di come questa spoliazione della ricchezza pubblica non abbia avuto una opposizione vera, accanita, né da parte della cittadinanza (la più danneggiata), né da parte delle forze politiche presenti in Consiglio Comunale, salvo qualche voce che isolata era e tale rimase”.

Ora, quarantaquattro anni dopo l’addio del 1978, l’ex sindaco Sergio Staderini si toglie qualche sassolino dalle scarpe, anzi da “Le scarpe gialle”, come recita il titolo del suo libro di memorie raccolte a più riprese da Giorgio Torricelli.

La copertina del libro “Le scarpe gialle” che contiene le memorie dell’ex sindaco di Figline Valdarno, Sergio Staderini

Le scarpe gialle in questione sono quelle acquistate all’inizio del secolo scorso da Emilio Pancrazzi, chiamato ‘Milio’ dalla sorella Caterina, nonna paterna di Sergio Staderini. La famiglia Pancrazzi all’epoca conduceva a mezzadria in Borgo, alle porte di Figline, un podere su terreno e fabbricato di proprietà Casagrande della famiglia Serristori. Fatto sta che Milio, forte dei soldi ricavati dal lavoro svolto in Francia, una volta tornato a Figline ebbe l’ardire “in barba alle consuetudini e ai divieti del padrone e del fattore” di emanciparsi dagli zoccoli di legno, le calzature dei contadini, comprandosi un paio di scarpe gialle “calzature da signori, da proprietari terrieri, fattori, benestanti in genere”, andando in Piazza Ficino a esibirle. Sergio Staderini ricorda ancora il racconto della nonna Caterina: “il fattore, saputo dell’acquisto, redarguì il capoccia, il mio bisnonno, perché non era stato sufficientemente autoritario da impedire l’atto sovversivo e sacrilego del figlio”.

Insomma, le scarpe gialle come simbolo di autonomia di pensiero e di azione. Scarpe gialle come ribellione ad un sistema classista. Uno spirito che, anni dopo, troverà piena espressione nella rivendicazione del ruolo istituzionale del primo cittadino figlinese: “Qualche giorno dopo la sera del 18 luglio 1970 in cui fui eletto Sindaco – ricorda Staderini – venne a trovarmi anche il fattore della Casagrande, il quale si fece portavoce del desiderio di conoscermi della Contessa Sofia Serristori. La signora, che negli anni del regno dei Savoia era stata dama di compagnia della regina Elena, si trovava nella sua villa di Santa Lucia, una amena località a 700 mt. di altitudine, posta sulle nostre colline, confinanti con il Chianti e voleva che lì mi recassi. Risposi che non avevo nulla in contrario, ma anche per la contessa valeva una regola valida per tutti: il Sindaco riceveva nel suo ufficio. Per il giorno e l’ora disponibilità massima, ma nel Palazzo Comunale. Dissi anche che un secondo incontro poteva benissimo essere tenuto nella residenza che la contessa avrebbe indicato, ma il primo si doveva tenere nella sede del governo locale”. Come facile immaginare, l’incontro non ebbe luogo. “La Contessa – spiega Staderini nel suo libro – non sapeva certo del dramma familiare vissuto settanta anni prima in casa Pancrazzi, ma in lei vidi, non a torto, la rappresentante di una classe “dirigente” miope che attraverso le norme della consuetudine (spesso le peggiori), vietava l’acquisto di scarpe gialle ai propri contadini. E nelle modalità dell’invito, secondo me, riaffiorava la concezione feudataria che ella aveva della società, dei rapporti tra le classi sociali e chi le rappresentava. Alcuni anni dopo, a cavallo dei due secoli, altri amministratori ritennero di recarsi in pellegrinaggio da un signore reso facoltoso non dall’attività agricola, ma dall’industria dello spettacolo, ingigantita dalla televisione, un signore inglese di nome Gordon, in arte Sting. Ebbene, una delegazione del Consiglio Comunale, capeggiata dal Sindaco del tempo, formata dalla Giunta e dai capigruppo consiliari, si recò alla Villa del Palagio, a rendergli omaggio. Del folto e adorante gruppo per la verità non ne volle far parte il consigliere socialista, l’unico al quale bisogna dare atto di aver mantenuto un barlume di senso dello Stato”. Quel senso che, dice Staderini “nella mia attività amministrativa mi sono sempre sforzato di rispettare”.

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