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sabato, Febbraio 24, 2024

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“Sono lo Spedale: se volete, vi racconto la mia storia”

“Voce di uno che grida nel deserto…” (Vangelo, Mc. 1, 1-8)

“Sapete, ho soltanto 621 anni di età e, francamente, dopo essere stato fedele servitore di intere generazioni di figlinesi, comincio seriamente a sentirne tutto il peso sulle mie povere spalle. Chi sono? L’avete già capito, vero?

Sono nato prima nella mente di uno dei priori della Repubblica Fiorentina, Ser Ristorus di Ser Jacobi di Ser Lippi quando nella semioscurità della Cappella dei Cocchi in Santa Croce a Firenze, in una fredda giornata di ottobre (26 lunedì) dell’anno 1399, dettò al notaio Ser Lodovico di Niccolò d’Amideo, il suo testamento e fra i tanti lasciti dispose una cospicua parte del suo patrimonio per la realizzazione di uno spedale in Figline, “per i poveri di Cristo, in aiuto e sostentamento di tutti e di ciascuno dei poveri e persone mendicanti e malati “.

Proprio così, nero su bianco, è scritto in quel fondamentale passaggio per la storia del paese di Figline. Purtroppo, non avrebbe però realizzato il suo sogno e nemmeno mai saputo dove sarebbe sorto il “suo spedale” perché la morte lo colse l’anno seguente (26 agosto 1400) e il suo corpo riposa proprio in Santa Croce.

Ebbene sì, sono io il “sogno”: mi sarei chiamato “Spedale della Vergine Maria Annunziata in Figline”. Prima che venissi concretamente alla luce, i poveri, i malati, i sofferenti del paese ed anche i pellegrini e i viandanti venivano ospitati nei vari Hospitium dislocati in più parti del paese e proprio la famiglia Serristori metteva a disposizione diverse case che possedeva nelle vicinanze della loro Casa Maggiore (oggi Casagrande), dove essi abitavano. Obbedendo alle disposizioni testamentarie del padre, il figlio Salvestro iniziò con energia a dare un seguito al nobile progetto della costruzione dello Spedale.

Dopo diverse peripezie che non sto a raccontarvi, finalmente venni ufficialmente alla luce nell’anno 1401 e, come tutte le nascite, nacqui piccolo: un modesto “hospitium” ma, sarei diventato, negli anni successivi, il più grande, funzionale e ammirato monumento innalzato ad imperitura memoria della casa Serristori. Sarei rimasto orgogliosamente sulla piazza Marsilio Ficino per quasi 500 anni, amato, rispettato da tutto il popolo figlinese e non solo!

Alcuni anni prima del 900 però, cominciarono i primi guai. A causa di continue epidemie che si potevano diffondere tra la popolazione malata e quella sana, visto che lo spedale era al centro della vita cittadina, sempre con la lungimiranza dei Serristori fu unanimemente deciso di trasferirmi sul colle dove era situata Villa San Cerbone, dove tutto era già stato approntato e ampliato per trasformare la nuova struttura in ospedale lasciando pressoché inalterata la villa.

E qui sarebbe cominciata tutta un’altra storia. Il gran giorno era finalmente arrivato: 25 maggio 1890, domenica! L’inaugurazione del nuovo Spedale di Figline. E così, con tutto il paese festante e le Autorità, fui trasferito dalla piazza centrale del paese fino all’antica villa che era stata costruita dai Franzesi Della Foresta e, poi, negli anni, passata di proprietà in proprietà: i Salviati, i Borghese, i Caprara, i Lambruschini ed infine i Serristori che l’avevano scelta proprio per trasferirvi il nuovo Spedale. Scelta non casuale perché sapete come veniva chiamato il colle e relativa villa?

Alla fine del ‘700, in un documento del 1817, conservato nell’archivio del comune di Figline, così viene descritto: “In amena e deliziosa collina, a cui era dato ad ognuno di portarsi a diporto, e chiamata “a ragione (…) il Boboli dei figlinesi”.

La nuova collocazione, devo ammettere, era fantastica, lontana dai rumori e le grida del sottostante paese ed era circondata dal bosco che contribuiva a rendere l’aria più respirabile e salutare. Pian piano mi documentai sulla nuova destinazione e appurai che, forse, la villa, da sempre ammantata da un alone di mistero, fosse stata costruita inizialmente su un “romitorio” e una piccola cappella intitolata a san Cerbone, un Santo del tutto sconosciuto dalle nostre parti e restano del tutto ignote le motivazioni di tanto culto a lui dedicato visto che veniva dall’Africa, arrivato in Toscana e precisamente in Maremma, da dove non si sarebbe più mosso.

Stando qui per tutto questo tempo appresi tante altre storie veritiere o meno, e fantastiche come, per esempio, la vicenda di Veronica Cybo, figlia del duca Carlo I° Cybo-Malaspina e di Brigida di Giannettino Spinola, due famiglie potentissime in tutta l’Italia del nord. Mi raccontarono che a costei, un tipo di aspetto poco piacente e con un pessimo carattere, a soli 15 anni (praticamente venduta) venne imposto di sposare (per interesse) Iacopo Salviati, anch’egli costretto dalle logiche di “corte” e parentele di affari. Il matrimonio si rivelò un completo disastro, perché lui fu donnaiolo impenitente e lei frustrata perché non riusciva ad avere figli (e all’epoca era un vero disonore…).

A complicare ancora più le cose il giovanotto si innamorò di una bellissima ragazza, tale Caterina Brogi, anche lei costretta dal padre a sposare un uomo di 50 anni più vecchio, certo Giustino Canacci, praticamente per sanare debiti del padre, tra l’altro mai appurati. L’amore travolse questi due giovani amanti e lo facevano senza curarsi delle conseguenze, che arrivarono tragicamente quando Caterina sfidò apertamente la moglie di Salviati, Veronica, dichiarandole pubblicamente che lei avrebbe dato un figlio all’uomo, umiliando la donna che covò dentro di sé una tremenda vendetta. Nella notte di Capodanno tra il 1633 e 1634, assoldando dei sicari, fece tagliare la testa dell’amante, disperdere i resti del corpo per tutta Firenze e depose il macabro trofeo in un cesto della biancheria che fece recapitare all’ignaro marito.

Iacopo Salviati, in preda ad un furore assoluto, fece giustiziare tutti gli esecutori materiali del misfatto ma non ebbe il coraggio di uccidere Veronica che, invece, esiliò proprio nella villa di famiglia che possedeva a Figline, dove ora sono proprio io. Nonostante si fosse trattenuta qui per poco tempo per raggiungere poi Roma dove morì molto anziana, le leggende su questo personaggio si sono succedute con cadenze regolari fino ad ipotizzare la presenza in questi corridoi del suo “fantasma” che in molti giurano di aver visto. Io, per la verità, che sono sempre stato qui, ho vissuto in prima persona molte cose, ne ho viste tante: due guerre mondiali, feriti, mutilati, dolori strazianti per ogni genere di malattie e morte di ogni tipo, giovani e vecchi e cose belle come le nascite di tanti figlinesi, ma di fantasmi nemmeno l’ombra.

Nel mio trascorrere di anni a Villa San Cerbone, (sono esattamente 132 anni che sono qui…) ho cercato di essere sempre all’altezza del compito che Ser Ristoro mi aveva assegnato in quel lontanissimo 1399: curare, assistere i malati, i feriti delle antiche e nuove guerre contro tutti i generi di malattie. Ho fatto del mio meglio per il mio paese e quelli limitrofi, i cui cittadini, di volta in volta, sono saliti da me lungo quella stretta senice fatta quasi sempre di corsa e a piedi in cerca di aiuto per loro stessi e i propri familiari e le loro lacrime di dolore e anche di gioia sono ancora tutte lì, accumulate e confuse in quel pezzo di strada.

Non sono mai stato solo perché sono stato aiutato da un esercito di persone valorose che hanno reso il più delle volte tutto più facile: i medici con la loro abnegazione, tutto il personale infermieristico, gli operatori e i volontari sanitari, donatori di sangue, la Misericordia tutta, le suore con la loro disinteressata carità, gli amministratori che si sono succeduti negli anni e pure i vari Comitati che si sono costituiti per salvarmi, le associazioni di volontariato, le organizzazioni sindacali e tutti coloro che si sono occupati della manutenzione, pulizia e lavanderia. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno che lo meritava”.

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